Ogni giorno pronunciamo migliaia di parole: parole grandi e piccole, veloci e lente, leggere o pesanti, altisonanti oppure alla portata di tutti. La parola, insieme ad altrettanti strumenti di comunicazione (para verbali e non verbali) ci consente di entrare in contatto con gli altri esprimendo concetti, idee, argomenti con cui riusciamo ad ottenere contatti più o meno efficaci per definire il nostro ruolo nel presente, colorando la nostra identità. Le parole sono contenitori di emozioni, attraverso l’ espressione verbale definiamo il mondo (sia interno che esterno), lo modifichiamo attraverso il pensiero e la verbalizzazione delle esigenze personali e sociali esplorando i bisogni individuali e condivisi. Nell’ era dei social network le parole corrono veloci, si trasformano, aderiscono alla dinamicità dei tempi moderni rappresentandone l’ inquietudine e la necessità sempre più evidente di sintesi, spesso a discapito della grammatica e del contesto in cui vengono posizionate. Le parole costituiscono il nodo di raccordo tra l’ esigenza interna di esprimere l’ essenza concettuale del nostro io profondo e la necessità di fornire al mondo una comunicazione pulita, essenziale, in tono con le richieste mediatiche, rispettando i criteri di superficialità socialmente imposti. Uno dei rischi dell’ era moderna è che, per rispondere a criteri implicitamente condivisi, i concetti vengano svuotati del loro significato per essere percepiti quasi esclusivamente come struttura, come suono non sgradevole, che esprima poco di ciò che realmente siamo e abbiamo da dire, che sia però in linea con ciò che gli altri si aspettano da noi, in modo tale che si possa aderire “al coro” senza fatica o problemi. Spesso la paura di non essere accettati è un fattore dominante in ambito comunicativo, perciò non solo adeguiamo il nostro modo di essere alle richieste globali, ne osserviamo e riproduciamo la superficialità, creando una sorta di comfort zone da cui difficilmente usciamo, convincendo noi stessi che va bene così. C’è anche chi, invece, nuota in direzione ostinata e contraria, mettendo in campo atteggiamenti sfidanti e pro-attivi, per produrre micro realtà di riforme sostenibili e comprensibili per tutti. Le parole sono efficaci quando esprimono e creano nuove realtà. Come possiamo, quindi, determinare il cambiamento? Come riusciamo a costruire nuove strade per comunicare meglio (con i figli, con i genitori, con i colleghi di lavoro, con un superiore)? Il primo passo è riflettere. Riflettere deriva dal latino reflectere volgere indietro, composto da re- indietro e flectere piegare. In fisica la riflessione consiste nel rinviare, da parte di una superficie, un flusso di energia che la colpisce. Questo è particolarmente evidente per quanto riguarda l’energia luminosa; non pensiamo però solo alle superfici lucide o agli specchi: ogni oggetto riflette la luce, e proprio dal modo in cui la riflette – in parte assorbendola – il nostro occhio ne distingue i colori. Quando ri-fletto “mi piego” rinuncio alla mia rigidità, lavoro sulla mia forma, sono disposto a cambiarla guardando e ascoltando le cose da un’ altra prospettiva. Modifico la mia percezione del mondo, scrivo una realtà nuova, la interiorizzo e poi la condivido con gli altri. Trasformo i pensieri in pragmatica, realizzo nuovi sentieri comunicativi e li testo confrontandomi con chi la pensa diversamente, acquisendo una nuova percezione di me. Dal punto di vista didattico, riflettere sulle parole apporta benefici sia in termini di comprensione e utilizzo della lingua che dal punto di vista emotivo: io, studente, non sono soltanto il proprietario di un vocabolario forbito di termini e nozioni, ma divento il promotore e il costruttore di una realtà che segue correttamente il flusso interno-esterno, sono il creatore del mio mondo e ho possibilità di condividerlo con il gruppo dei pari, con gli insegnanti, con gli adulti. Dico la mia e mi paragono, curo l’ immagine che ho di me, gioisco del presente e disegno la mappa dei miei progetti futuri. Le parole hanno il potere di modellare la realtà e di produrre cambiamenti efficaci, determinando il passaggio da “le parole del saper dire” a quelle del “saper fare”, unica via possibile per ragionare di termini di ben-essere, cambia-menti, valorizzazione delle differenze e nuove possibilità.