Il Paese Sempre Fermo – Storia per menti in movimento ai tempi del Coronavirus

Pubblicato il: 4 Maggio 2020

C’era una volta,

nel cuore arroccato del tempo che scorre, un paese sempre fermo, dove tutto restava eternamente uguale a sé.

Erano immobili i fiumi, incastonati nei loro letti silenziosi.

Mute erano le pietre che, nei secoli, avevano dimenticato l’antica arte del gorgoglio.

Dormivano le vallate e le imponenti montagne, tacevano le stradine di campagna e quelle urbane.

Gli archivolti, le piazze e i rosoni di vecchie chiese sconsacrate sbadigliavano annoiati, in attesa di un piccolo cenno di novità che non arrivava mai.

Anche il cielo, dall’ alto delle sue intuizioni, partecipava segretamente a quella calma surreale e le nuvole, organizzate in piccole squadre disciplinate, indugiavano timidamente all’ estremo bordo di quel quadro plastico, che resisteva tenace ad ogni tipo di mutamento si presentasse all’ ingresso di quel posto incantato.

Gli uomini, perfettamente adattati a quella calma imposta dall’ inattività circostante, procedevano in fila a testa bassa, svolgendo senza entusiasmo le proprie mansioni.

Ogni cosa accadeva in modo lineare, carente di sorpresa alcuna:

alle sette colazione nella solita tazza con le renne, uguale per tutti, 7 cl di latte e 4 di caffè; alle otto ognuno si recava presso i luoghi di lavoro che non dovevano distare più di 800 metri da casa; le diciassette, invece, era l’ orario in cui si rientrava verso le proprie abitazioni, perennemente a capo chino, senza più guardare ciò che si trovava attorno, perchè ritenuto barboso e privo di qualunque valore.

I bambini, invece, alle 7e45 andavano alla scuola del vicinato, studiavano argomenti che non provocavano in loro nessun tipo di meraviglia, facevano i compiti e, in ammutolito silenzio, si dirigevano verso casa per spegnersi davanti ai videogames.

L’ unico svago disponibile, si trovava in un parco al centro di questo strano paese, dove i più temerari si recavano in gruppi di cinque, ma in modo sommesso ed obbediente, affinchè nessuno potesse lamentarsi di chiacchericci fastidiosi e sospetti, facendo quindi la spia.

Una volta arrivati in quel luogo dove la libertà accennava caparbiamente la sua esistenza, ogni bambino sedeva a due metri di distanza dagli altri e si guardava attorno per qualche minuto in cerca di altrettanti occhietti complici e vogliosi di giocare, ma durava molto poco, perchè la vecchia signora che abitava al quarto piano del palazzo dirimpetto ai grandi giardini, li controllava con il binocolo e quando intravedeva scintille di complicità e voglia di incontri, provvedeva a battere le mani con veemenza per riportare ogni cosa all’ ordine prestabilito.

I bambini obbedivano ciecamente a queste imposizioni, restando seduti lungo la linea calmierata delle panchine e si affrettavano nel calare gli occhi sul mini schermo che avevano perennemente in tasca e non li abbandonava mai.

Tutti, ma non Liliana.

Era una ragazzotta biondina, dallo sguardo scuro e profondo, le mani affusolate e la testolina sempre in movimento.

Se incocciava in un’ idea, quest’ultima non faceva in tempo a balzarle in testa che subito si trovava con altrettante sue simili, costretta a partecipare a sfilate lunghissime dove ognuna tentava di convincere l’ altra di essere la migliore e pertanto, siccome erano tutte molto belle, era assai complicato prendere una decisione.

C’era una gran confusione e se le idee del settore fucsia si presentavano risolute e composte, quelle della zona blu erano linguacciute e civettuole, mentre le poverine della fazione verde cercavano di mantenere l’ equilibrio tra le due, ma quasi sempre invano.

Liliana andava al parco con la sua mamma ed era molto felice quando riusciva a vedere, già da lontano, la cascata delle sette rocce sonagline; la nonna le aveva raccontato che moltissimi anni fa il Paese era vivo, popolato da suoni e colori che ogni giorno si presentavano con qualche bella sorpresa e la gioia, la curiosità e la bellezza vivevano protette ed indisturbate, cantando per tutte le vallate, oltre i misteriosi boschi, fino al confine più estremo del tempo.

La bambina, ascoltando quelle parole così rare, ciondolava tra sé e sé, sognando di quando la mesta cascata in realtà scorreva leggera battendo sulle magiche pietre sonagline, producendo note armoniose e ricche di significato.

Le persone ridevano, si abbracciavano e i bambini giocavano in cerchio, ringraziando il cielo di tanta, benedetta generosità.

Ma un giorno, le aveva detto la sua mamma, un mago che proveniva da Sud-Est, invidioso di quella gioviale mutevolezza, lanciò un malvagio incantesimo sul Paese e sulle persone che lo abitavano.

Da allora tutto si fermò e le giornate non furono più le stesse: chiunque manifestasse l’ intenzione di sorridere, veniva multato senza possibilità di replica; la cioccolata fu abolita e lo stesso fu per il pallone affinchè nulla, neanche per sbaglio, potesse scontrarsi con sentimenti lieti e affini.

In breve tempo, pertanto, il Paese si piegò a quelle malvagie e incantate prescrizioni: i fiumi smisero di cantare, nessun pesce si prodigò in evoluzioni di grande stile all’ interno dei laghetti e le persone, una ad una, senza rendersi conto, poggiarono in tasca la voglia di vivere che li aveva sempre accompagnati.

Ma per fortuna, proprio come nelle fiabe, qualcuno, nonostante i divieti, continuò a sussurrare parole d’ amore, udibili esclusivamente da chi aveva mantenuto il cuore puro e speranzoso.

La nostra amica si recava al parco quotidianamente e, nonostante tutto, era sempre contenta.

Non adoperava mai il piccolo schermo che era obbligata a tenere con sé, ma entrava dal cancello saltellando e salutando i suoi compagni di classe che avrebbero voluto rispondere con altrettanto entusiasmo, ma veniva loro impedito da adulti che avevano smarrito la loro essenza e perciò non ricordavano più di quando erano piccoli e correvano a piedi nudi sui prati, lanciando sassi con le fionde o intrecciando ghirlande; avevano dimenticato di quando facevano girotondi e intonavano filastrocche oppure si sfidavano al fazzoletto, correndo come pazzi fin sotto il sole, prima che si sciogliesse al tramonto.

Un giorno, esaurito il giro a distanza di sicurezza di tutte le panchine, Liliana tolse le scarpe e come di consueto andò a sedersi sotto il grande albero di magnolia bianca che la attendeva con ispirata accoglienza .

Tuffate le mani nell’erba si sdraiava a pancia all’ aria e con il nasino all’ insù sognava di tempi mai vissuti, per cui provava un’intensa nostalgia.

Immaginava corse selvagge e cavalli imbizzarriti come i pensieri che a volte le si annodavano all’ orecchio, voci di gnomi festaioli che lanciavano coriandoli e cuocevano frittelle, scoiattolini dalla coda voluttosa e fatine di una frivolezza così evidente che ogni cosa passasse nell’ orbita delle loro bacchette magiche, veniva colorato di rosa e si riempiva di fiocchetti e lustrini.

Persa nei suoi pensieri, la ragazzina ad un tratto fu apostrofata in questo modo:

Mmh, bella fantasia … Non vorrei contraddirti, ma ti assicuro che le frittelle preparate dagli gnomi, non sono affatto raccomandabili, perchè quel bontempone del cuoco sbaglia sempre le dosi e fa pasticci; pensa che lo scorso Imbolc si è dovuto buttar via tutto l’ impasto perchè al posto del sale aveva messo 4 kg di pepe.
Liliana strabuzzò gli occhi e si fregò le orecchie, pensando di essere impazzita; quindi si alzò di corsa per guardarsi intorno, ma non vide nessuno.

Più giù! – Disse la vocina sottile che le aveva parlato poco fa
Devi guardare qui, vicino ai tuoi piedonzoli!
Era una violetta mammola, di quelle che si ostinano a profumare tutto quello che hanno vicino, incuranti di quanta forza debbano consumare, perchè sono nate per portare novità e fiere del ruolo assegnato dall’Universo, continuano imperterrite la missione, facendo spallucce con le loro foglioline fragili, ma capaci di reggere pesi inconsueti.

E poi – incalzò il fiorellino – A te sembra bello perchè non ti ritrovi mai piena di glitter e fiocchetti demodè, ma credimi, le fate hanno proprio stufato tutti quanti con la loro pioggia di scintille romanticamente rosa. Ho proposto personalmente di usare altri colori, il giallo per esempio, o il ciano, un bel rosso dal carattere vivo, ma niente, si sono fissate con il rosa antico e le dobbiamo sopportare così come sono.
Ma … – balbettò Liliana ancora incredula
Comunque mi chiamo Gigliola, sono una violetta mammola e per fortuna che oggi mi hai sentita, sono mesi che ti chiamo, ma tu niente, correvi con i pensieri al galoppo e non c’era verso di poterti raggiungere.
Liliana ascoltava esterrefatta e ad un certo punto si sentì accarezzare i capelli, ma non vi era presenza umana nel raggio di dieci metri, quindi guardò ancora vicino a lei e si accorse che la magnolia aveva allungato i rami come fossero braccia e abbassata la chioma sussurrò :

Ah, bambina, in che guaio ti sei cacciata! Le stai simpatica e d’ ora in avanti ti sommergerà di chiacchiere, non avrai più un attimo di pace! Le violette mammole sono i fiori più pettegoli del mondo e se decidono che qualcuno gli piace, puoi star certa che non te ne libererai mai più.
La giovane sorrise, era una sensazione così strana e piacevole che qualcuno le rivolgesse parola e cercasse la sua compagnia e poi, aveva appena scoperto che a differenza del Mondo Grande, quello piccolo conservava la vivacità immaginata tante volte e si muoveva, in continua evoluzione, donando ai suoi abitanti avventure indimenticabili.

Sta per piovere, Liliana corri, dobbiamo andare!
disse la mamma,perchè era vietato camminare a passo svelto sotto la pioggia e lasciarsi bagnare dalle gocce che scendevano generose dalle nuvole bloccate dall’ antico sortilegio.

Portami con te! – Chiese insistente Gigliola – E la bambina, senza pensarci troppo, prese un mucchietto di terra per proteggere le sue radici e la mise nella tasca interna del suo giubbotto per nasconderla in cameretta e approfondire la conversazione con calma.
Arrivate a casa, la piccola adagiò la sua amica sul davanzale e, finita di fretta e furia la cena, tornò velocemente nella sua stanza fingendo di avere un sonno terribile, per poter passare con lei almeno un paio d’ ore prima di infilarsi seriamente sotto le coperte.

Le due cominciarono a confrontarsi e ognuna, a turno, raccontò del suo mondo; come funzionava, quali erano le regole e Liliana raccontò anche di aver sentito parlare di un vecchio mago invidioso che aveva bloccato tutto per dispetto, poiché non aveva amici, né qualcuno che gli volesse bene davvero e allora aveva scelto di essere cattivo perchè era l’ unica voce che, nel dolore, gli era giunta nitidamente al cuore e lì era rimasta a fargli compagnia.

Sì – disse sospirando quel fiore chiaccherone – Io purtroppo mi trovavo lì quando il mago, sprezzante della gioia altrui, lanciò il terribile anatema. Da allora è cambiato tutto e anche noi del mondo piccolo ci siamo dovuti organizzare per sopravvivere, altrimenti la strega che vive al quarto piano del palazzo dirimpetto al parco, avrebbe denunciato anche noi e sarebbe stata la fine di ogni speranza di poter, un giorno, cambiare le cose. Ma adesso so che è possibile, perchè finalmente ho trovato te e come diceva la profezia incisa sulla settima pietra sonaglina, sarà una bambina ribelle e coraggiosa a far cessare questo scempio e a ripristinare l’ ordine delle cose.
Ti sbagli! – Rispose incredula Liliana – Io sono una bambina qualunque che per caso, non si sa come, può ascoltare la voce del Mondo Piccolo, ma credimi, io non possiedo nulla di speciale. Domani, se non piove, ti riporto al parco e facciamo finta che nulla di questo sia mai accaduto.
Tu sei la prescelta e non puoi tirarti indietro! – Disse Gigliola arricciolando le foglioline.
Lo faceva sempre quando era nervosa o voleva dare maggiore effetto alle sue parole.

La bambina scosse la testa e si infililò nel piumone, decisa più che mai a dimenticare quanto accaduto.

Il mattino dopo la nonna, che di consueto la accompagnava a scuola, strizzò l’ occhio e convinse la bambina ad indossare un mantello che mai aveva visto prima.

Era rosso porpora e i fili per stringere il cappuccio di un argento profondissimo, sembrava non appartenesse al mondo umano.

Liliana lo indossò trattenendo il fiato e inserì il fiorellino in un avanzo di stoffa interno, per tenere la sua amica al sicuro.

Anche la nonna si nascose dentro un mantello colorato e appena infilato, la bambina si accorse che era magico e quindi nessuno avrebbe potuto vederle mentre sgarravano le incombenze quotidiane.

Si diressero a passo svelto verso il parco e una volta giunte alla cascata si sedettero sui vecchi gradini, quindi la nonna parlò così:

Bambina mia, adorata Liliana, non sai da quanti anni aspetto questo momento. Ha ragione il tuo fiore, tu sei nata per portare scompiglio e rigenerazione, pertanto avvicinati mia cara, hai da compiere sei saltelli sulle rocce sonore, alla settima fermati e batti quattro volte il passo.Quanto è vero che tu sei la predestinata, la pietra sonaglina verrà verso di te e ti fornirà la soluzione per portare tutto alle antiche origini.
Liliana annuì e quando arrivò al settimo sasso, quest’ultimo roteò su se stesso e rese visibile il contro- incantesimo.

Una bacchetta magica di bois de rose cominciò a fluttuare nell’ aria fino a raggiungere la mano della ragazza, mentre sotto al magico elemento si potevano leggere parole in elfico che, nella lingua degli uomini, suonavano così:

Cieli di pioppi appesi

Lune di sogni gentili

Cuori impavidi e ciarlieri

Lungo il sentiero scomodo delle decisioni

Aria pesante che incolla

Sotto le mentite spoglie di antiche domande

Passi a suon battente rintoccano

sulla china distratta dell’ anima assente

che il coraggio sorpassi la soglia

affinchè ciò che era torni a splendere

A quel punto la bambina capì e fece quello che il suo cuore le suggeriva da tempo; avvolse il suo corpicino con la magia che la bacchetta conteneva in sé e si trasformò in una mangrovia enorme perchè quello era l’ unico modo in cui avrebbe potuto affrontare il mago e riportare ogni cosa al suo posto.

Approfittò delle sue radici mobili per avvicinarsi a gran passo verso il monte Seculorum, dove abitava il vecchio invidioso, ma conservava la lentezza degli alberi, perciò un paio di gabbiani e una squadra di gnomi, prontamente avvisati da Gigliola, avevano preso in carico le sue difficoltà e l’avevano accompagnata davanti all’ ingresso di un castello tetro e poco raccomandabile, che avrebbe fatto paura anche all’orco più esperto.

Devo andare, amici! Non potete venire con me, è troppo pericoloso, quindi vi chiedo di aspettarmi qui. Tornerò vittoriosa e potremo finalmente andare a casa.
I suoi accompagnatori annuirono, guardandola con gli occhi lucidi, ma la lasciarono andare con fiducia, perchè la magia è tale quando conosce se stessa e non si oppone come limite al destino.

E’ una vita che ti aspetto – disse ghignando il malvagio mago – Non crederai di poter ottenere qualcosa da me! Piccola, fragile, insulsa creatura. Tu e la tua razza di persone felici avete sempre rovinato ogni cosa! Tutti baci, abbracci e parole melense fino alla nausea, pieni di voglia di cantare, di fare, di dare forma ai sogni e creare il futuro.Ah, il futuro! Quale aberrazione, ma io vi ho punito, vi ho fatto il più bel dispetto che mi sia mai riuscito. Vi ho tolto la libertà di esistere così come eravate perchè non sopportavo i vostri nascondini e quella voglia perenne di giocare a ritrovarvi. Ho fermato il tempo, perchè lo scorrere dei vostri giorni fosse monotono e vi togliesse ogni fantasia e tutta la voglia di vivere che ha eternamente offuscato il mio cammino.
Liliana, presa dalla rabbia, fu sul punto di abbattersi violentemente contro il laido mago, ma per fortuna, la sua disobbediente amica si era infilata di soppiatto tra le sue radici.

Ferma, non vedi che è un tranello? Se cadi nella trappola che ti ha teso, sarai imprigionata per sempre dentro l’ ingombrante corpo di questa mangrovia e non potrai mai più uscire dal castello.
Diventerai una sua proprietà e sarai condannata ad effettuare incantesimi di magia nera, perchè la rabbia porta terrore e sgomento, mentre l’amore produce note di rara bellezza e sprazzi di destini in propulsione di cui tu dovrai essere sempre portavoce, perchè sei la prescelta e il mondo si aspetta questo da te.

Liliana aveva le lacrime agli occhi e la sua amica approfittò per metterle degli occhiali speciali, che permettevano di vedere oltre i muri dell’incomprensione, scegliendo la cosa giusta da fare.

Ad un tratto si accorse che il mago aveva provato ad essere felice, ma poiché era molto potente non era stato capito e tutti lo temevano, scartandolo e impedendogli di giocare in armonia.

Le parole terribili che aveva ricevuto si erano depositate sul suo cuore come macigni e avevano agito da apristrada per sentimenti vili come odio, vendetta e commiserazione per il prossimo con cui non riusciva ad instaurare amicizie sincere.

Perciò aveva scelto di trasferirsi dalla parte dei cattivi, pensando fosse l’ unica soluzione per smettere di soffrire. Pensò anche che impedire agli altri di essere felici fosse l’ unico modo per arginare il buco nero che indossava al centro dell’ anima come un talismano, scudo dalle mille schegge che gli avevano crenato il cuore, rendendolo immobile come il mondo che aveva volontariamente bloccato tanti anni fa.

A quella visione, Liliana buttò la bacchetta magica a terra, si avvicinò al vecchio che, interdetto, non capiva cosa stesse accadendo.

Lo abbracciò con tutta la forza suadente delle sue radici scomposte e più il mago tentava di divincolarsi, più foglie e rami emanavano energie evanescenti, cariche di affetto, unico antidoto plausibile alle brutture che a volte incontriamo sul nostro cammino.

Lo abbracciò così forte che la corazza del mago si sciolse e ne venne fuori un bambino con gli occhi grandi che non aspettava altro di essere compreso.

La violetta mammola, invece, recuperata la bacchetta, assunse le sue vere sembianze; era la zia Gina che, da anni, si diceva misteriosamente scomparsa e fu così che i tre si diressero verso l’ uscita e la Gina, fata sapiente, distrusse per sempre il castello che ormai non aveva più senso di essere abitato.

I gabbiani e gli gnomi, per non smentirsi, iniziarono a lanciare coriandoli e ad accendere fuochi artificiali, in modo tale che la nonna sapesse che tutto era andato come doveva.

Ogni passo che li avvicinava al Mondo Grande sbloccava le cose e ciò che per secoli era stao immobile e silenzioso cominciò a stiracchiarsi e a tornare all’ antico splendore.

Quando Gina e Liliana videro la nonna, la strinsero molto forte e tutto intorno fu una gran festa, durata tre giorni e tre notti, mentre il mago, tornato bambino, fu accolto dalla mamma della nostra eroina come un figlio, perchè l’ amore ha la capacità di moltiplicare gli spazi ogni volta che l’ Universo si esprime.

E la strega del quarto piano?

Beh, nonostante i diversi inviti a partecipare ai festeggiamenti, dalla rabbia scoppiò e si trasformò in un grande stagno perchè tutti, in un modo o nell’ altro, sono chiamati alla bontà, anche se spesso è una strada che si comprende solo verso il finale.

Ci sono i bambini e tutti sono speciali, hanno tante capacità che gli adulti, un po’ distratti, a volte non riconoscono.

E poi ci sono giovani coraggiosi come Liliana, destinati a cose grandi e benchè, spesso, il destino non sia così chiaro (perchè c’è sempre un tempo in cui è scritto che le cose debbano avvenire),quel che deve accadere accadrà.

Ma se per caso il destino si ostinasse a parlare lingue antiche che quasi nessuno canta più, per fortuna ci sono le fate, le streghe buone, le maestre e qualche narratore di fiabe specializzati in traduzioni, affinchè la magia trovi il modo di raggiungere chi deve.

Perchè i passi a piedi nudi verso il futuro appartengono ai folli, ai visionari e chi sa dipingere il tempo di incantesimi e trallallà.

Questa storia è dedicata a tutte le piccole e grandi Liliana, profonde come il cielo appena sveglio al mattino, audaci come il cuore che impenna sui puledri impavidi del domani già in viaggio.

Fiere, come i sentieri lastricati d’ amore e di sogni.

Belle, eternamente belle,

come la libertà.

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